Mentre il Paese affronta le macerie del terremoto e l’incertezza politica, Gabriel Pineda (Movimento Politico per l’Unità in Venezuela) analizza gli scenari della transizione. L’appello ai cittadini europei: sostenete una diplomazia ferma per riscattare la democrazia
A seguito del terremoto, quali sono state le conseguenze più gravi e complesse sulla situazione istituzionale del Venezuela? In particolare, come si intrecciano questi impatti con gli eventi che hanno condotto al cambio di governo?
Dobbiamo partire dal presupposto che, dopo il 3 gennaio, il Venezuela ha intrapreso un periodo di transizione di 180 giorni durante il quale la vicepresidente ha assunto la guida della prima magistratura. L’articolo 233 della Costituzione venezuelana è chiaro riguardo alle vacanze della carica presidenziale, siano esse temporanee o assolute. Oggi, a poco più di un mese dal terremoto e con la scadenza dei 180 giorni avvenuta il 3 luglio 2026, il Paese si trova in una sorta di vuoto di potere. È una situazione complessa: il sistema imposto in Venezuela, il cosiddetto “socialismo”, non solo ha eliminato la separazione dei poteri, ma li ha oggi accentrati nelle mani di tre persone: Delcy Rodríguez alla presidenza, suo fratello Jorge Rodríguez alla guida dell’Assemblea Nazionale, e Diosdado Cabello come ministro dell’Interno e della Giustizia, che concentra su di sé l’intero apparato di polizia costruito dal regime in questi 28 anni.
In questo contesto entra in gioco la questione della legittimità del potere e della sua origine. Maduro è stato accusato di aver rubato le elezioni del 28 luglio 2024, e María Corina Machado è riuscita a smascherare il sistema di frode orchestrato dal regime. Ciononostante, il 10 gennaio Nicolás Maduro ha prestato giuramento, consumando di fatto un colpo di Stato che ha portato in carcere moltissime persone.
Quali scenari si prospettano ora?
Si prospettano diversi scenari. Quello che sta prendendo maggiormente piede è promosso dagli Stati Uniti, che esercitano una sorta di tutela non dichiarata sul Venezuela. Questo piano prevede che Dinorah Figuera, presidente dell’Assemblea del 2015, guidi insieme all’attuale Assemblea diretta da Jorge Rodríguez un dialogo volto a indire nuove elezioni in un arco di tempo superiore a un anno. Un tavolo di trattative da cui resterebbero escluse figure chiave come María Corina Machado ed Edmundo González, il presidente eletto nel 2024.
Dall’altra parte c’è il fronte della società civile, organizzato dall’ex magistrata Blanca Rosa Mármol de León, che chiede l’istituzione di una giunta di governo: dal punto di vista legale, infatti, sarebbe proprio questo il passaggio costituzionalmente previsto una volta scaduti i 180 giorni
Qual è la situazione sul fronte degli aiuti internazionali? La tragedia del terremoto ha favorito in qualche modo un allentamento delle sanzioni o delle restrizioni imposte dagli altri Paesi?
Nelle prime fasi dell’emergenza, i soccorsi internazionali sono giunti principalmente da Messico, Colombia, Brasile, Spagna, Uruguay, El Salvador e Stati Uniti, oltre che da organismi multilaterali come l’ONU e la Croce Rossa Internazionale. Per contro, la risposta iniziale dello Stato – e del governo ad interim – si è rivelata del tutto embrionale, incapace di un’attivazione tempestiva e mettendo a nudo lo smantellamento subito negli anni dalla protezione civile. Mentre gli organismi internazionali sono arrivati sul campo fornendo medicinali, generi alimentari, tende, generatori elettrici e macchinari, diversi Paesi – insieme a soccorritori volontari sia venezuelani che internazionali – hanno denunziato i crescenti ostacoli frapposti dalle autorità governative. Un tentativo di centralizzare i soccorsi per farli passare come aiuti statali che ha finito per rallentare le operazioni di soccorso.
E le sanzioni degli Stati Uniti?
Per quanto riguarda le sanzioni statunitensi, finora non sono state revocate, continuando a gravare sulla vita quotidiana della popolazione, considerando che uno stipendio base non supera i 10 dollari al mese. Il Paese ha ricevuto più di 13 miliardi di dollari, che gli Stati Uniti tengono bloccati in un fondo, così questo importo non è ancora stato utilizzato per alleviare la situazione economica. Le banche non hanno ancora la capacità di erogare prestiti, né di gestire trasferimenti internazionali.
Nonostante la crisi causata dal terremoto, si può sperare che in Venezuela si mantengano le promesse di un percorso democratico, a partire dall’indizione di elezioni libere e aperte a tutti?
Il terremoto è arrivato a svelare una situazione che è sul tavolo da anni: la fattibilità di un percorso democratico e lo svolgimento di elezioni libere in Venezuela non dipendono da una tragedia naturale, bensì dallo scioglimento dei nodi giuridici e politici che ancora persistono nel Paese. Proprio il 28 luglio 2026 a Caracas si sono tenute due manifestazioni: una indetta dall’opposizione e da María Corina Machado, in cui è stata ribadita la vittoria alle elezioni del 28 luglio 2024 dove è stato eletto Edmundo González, chiedendo inoltre trasparenza nella proposta degli Stati Uniti per il processo di transizione; l’altra convocata dal fronte governativo per mano di Diosdado Cabello per celebrare la nascita di Hugo Chávez, con l’obiettivo di rilanciare il chavismo in vista del mese di agosto, quando dovrebbe prendere il via un dialogo sotto la tutela degli Stati Uniti.
Noi cittadini europei in che modo possiamo sostenere concretamente le aspirazioni della società civile venezuelana verso un vero percorso di riconciliazione nazionale, il rispetto dei diritti fondamentali, l’inclusione e lo sviluppo sociale?
Oggi tra i venezuelani prevale una forte stanchezza politica: si è chiesto davvero molto alla comunità internazionale, ma alla fine si è finito per scendere a patti con il regime. Ciò nonostante, resta fondamentale ribadire la nostra richiesta alla comunità internazionale: esigere una diplomazia attiva all’interno del Parlamento Europeo e dei singoli governi nazionali. È necessario sollecitare i parlamentari e i ministeri degli Esteri dell’Unione Europea a mantenere una linea ferma, che vincoli qualsiasi riconoscimento istituzionale al rigoroso rispetto della Costituzione venezuelana — a partire dal ripristino del percorso elettorale, dalla liberazione dei prigionieri politici e dal rispetto della separazione dei poteri.
Quali sono sogni e prospettive che condividi con i giovani venezuelani impegnati nel Movimento Politico per l’Unità?
Il nostro obiettivo è continuare ad accompagnare il dialogo tra i giovani, ponendo le basi per riscattare la democrazia e giungere, nel più breve tempo possibile, a elezioni libere, dove ogni singolo voto torni a contare e noi venezuelani torniamo a essere padroni del nostro Paese. Nella speranza che il dialogo in partenza ad agosto tracci un percorso concreto, noi – popolo venezuelano – aneliamo a riabbracciare tutti coloro che si sono allontanati. Tra la crisi migratoria, i prigionieri politici e le famiglie lacerate da divisioni ideologiche, il nostro vero desiderio è tornare a incontrarci.