Una delle cose che più mi ha colpito entrando al carcere di Florida – in Uruguay – è stata una scena precisa: il camion della spazzatura che scaricava accanto all’istituto di riabilitazione.
Sembrava la metafora di un comportamento che noi oggi cerchiamo di contrastare: dare nuove opportunità di reinserimento sociale alle persone e non soltanto “scartarle” perché hanno commesso un errore.
Non è stata una solo una missione. È stato un viaggio di apprendimento all’interno della realtà carceraria e della sfida del reinserimento sociale.
Uruguay, un Paese di contrasti
A metà del 2025, l’Uruguay ha raggiunto un nuovo record: 477 persone private della libertà per ogni 100.000 abitanti. Circa lo 0,4% – 0,45% della popolazione si trova in carcere: un dato che colloca il Paese al primo posto in America Latina per numero di detenuti pro capite. Eppure è un’eccezione: investe più di altri Paesi della regione nel recupero dei detenuti.
Il fattore comune che porta tante persone a deviare dal cammino è la droga. È un fenomeno che negli ultimi anni non colpisce solo l’Uruguay, ma quasi tutti i Paesi dell’America Latina. Questo contrasto mi ha accompagnato per tutta la missione: da una parte la cultura, l’organizzazione, la legalità e la comunità; dall’altra, il dolore e le frustrazioni di quanti vengono facilmente incanalati verso il consumo e la vendita di droghe.
L’impatto con il carcere
I due centri penitenziari dei dipartimenti di Florida e Durazno si trovano lontani dalle città, in posti isolati; in uno dei casi, addirittura vicino a una discarica. Quando si arriva, la parola d’ordine è “sicurezza”: dal controllo dei documenti all’accompagnamento continuo del personale carcerario. Gli spazi sono tutti scanditi da recinzioni che dividono le zone.
Questi due centri sono tra quelli con le migliori condizioni nel Paese, essendo pensati per persone che hanno commesso reati minori o, comunque, non troppo gravi. All’esterno delle celle, in molti svolgono servizi come la pulizia degli spazi comuni, il lavoro nell’orto o nella lavanderia.
Al nostro arrivo tutti ci guardano con molta curiosità; salutano volentieri, ma con un tono leggermente provocatorio, quasi a voler testare se ricambieremo il saluto. Veniamo subito considerati “professori” di qualcosa: d’altronde, la maggior parte delle persone che arrivano dall’esterno, che siano di istituti pubblici o di ONG, lo fa per offrire una qualche forma di formazione. Nonostante il posto si chiami ‘Istituto Nazionale di Riabilitazione’, rimane un ambiente segnato da tensione, controllo e da un approccio punitivo; questo resta in costante contrasto con le diverse attività che si svolgono all’interno, finalizzate a un reinserimento sociale che sia davvero umano e sostenibile.
È in questo contesto – con le sue ambiguità evidenti – che sono arrivata insieme ai colleghi dell’associazione El Chajá, nostro partner locale.
Il progetto “Ripartire – reinserimento sociale”
Ho visitato i due centri, nel momento in cui si svolgevano alcune attività previste dal nostro progetto “Ripartire”: il corso di falegnameria e il momento di sostegno psicologico.
Mi ha colpito quanto le persone abbiano aderito alla proposta di questi due spazi, in particolare a quella del sostegno psicologico gestito dalla “Escuela de Psicologia Sociale dell’Uruguay – EPSU”. È sembrato che l’offerta fosse arrivata ‘come acqua nel deserto’.
Una ragazza detenuta mi ha detto:
“Non uscivo mai dalla mia cella, se non per il mio turno di pulizia; non mi interessava nessun’altra attività. Quando però hanno parlato di questo spazio, ho detto subito di sì. Anche se all’inizio non è stato facile, ho voluto esserci sempre. Ne è valsa la pena.”
Durante il corso di falegnameria, quando abbiamo rivolto alcune domande ai partecipanti, abbiamo trovato un clima particolare: erano giocosi, timidi, a tratti quasi increduli.
Molti di loro hanno ripetuto:
“Dopo il corso di sostegno psicologico ci siamo ritrovati a fare insieme anche falegnameria. La cosa che ci ha reso più felici è che, dopo aver vissuto cose tanto profonde e forti tutti insieme con gli psicologi, qui ci siamo ritrovati come amici. Facciamo qualcosa che ci piace e a momenti non ci sembra nemmeno di essere in carcere.”
Ho potuto osservare questo cambiamento anche durante la chiusura del corso sugli strumenti di gestione emotiva. È stato incredibile vedere come persone abituate a mostrarsi forti e dure siano tornate quasi bambini, mettendosi a giocare con il pongo.
Qualcosa di semplice ma potente
In mezzo a un problema enorme come quello della droga e dell’esclusione sociale, ho visto qualcosa di semplice ma potente: quando offri degli strumenti, le persone li usano. E quando qualcuno crede in loro, iniziano a credere in se stesse.
Lia, responsabile del settore cooperazione allo sviluppo AMU