Nell’ambito del nostro progetto “Ripartire” in Uruguay, il reinserimento sociale dei detenuti passa attraverso la formazione pratica. Ne abbiamo parlato con il commissario Nicola Piegro, direttore dell’Unità 18 dell’Istituto Nazionale di Riabilitazione (INR) di Durazno
Commissario Piegro, ci presenta questa realtà?
In questa struttura ospitiamo 230 detenuti che stanno seguendo un percorso di riabilitazione. Il nostro obiettivo è fare in modo che l’opportunità di reinserimento sociale si concretizzi, proprio come sta accadendo con questo corso di falegnameria.
Quanti corsi sono attivi attualmente presso l’Istituto Nazionale di Riabilitazione (INR) di Durazno?
Non saprei indicare un numero fisso, perché durante l’anno i corsi si susseguono: ne finisce uno e ne inizia subito un altro. Ricopro questa funzione da pochi mesi e ho trovato un’unità molto dinamica; passiamo con naturalezza da un ambito all’altro, per esempio dalla gastronomia ad altre attività tecniche.
Cosa pensa del corso di falegnameria sostenuto dall’AMU?
È un’iniziativa ottima. Abbiamo un buon numero di persone private della libertà che hanno accesso a questa formazione. È un’esperienza che li aiuta moltissimo, sia per la vita all’interno dell’istituto che, soprattutto, in vista del loro fututro percorso di reinserimento all’esterno.
Quanti detenuti, tra uomini e donne, partecipano a questo corso?
Cerchiamo di limitare i gruppi a un massimo di quindici persone, per garantire che ognuno sia seguito adeguatamente e riceva una formazione reale e professionale.
Qual è l’obiettivo futuro di questo corso? 
Perché questa macchina continui a funzionare, oltre al diploma, è fondamentale garantire la materia prima e dare continuità ai lavori. L’idea è che ogni persona privata della libertà possa far progredire il proprio mestiere e la produzione, magari realizzando manufatti utili alla società o preparandosi per un impiego esterno.
Osservando la partecipazione a corsi di questo tipo, quali cambiamenti nota in particolare?
L’aspetto principale è che, quando ottengono l’autorizzazione a partecipare, le persone si distaccano dalla condizione di “detenzione” in sé. Si dedicano al lavoro agricolo o artigianale e questo rafforza la fiducia del giudice nei loro confronti, perché dimostrano responsabilità in queste uscite controllate, agendo sotto l’autorità dell’istituto ma in un contesto diverso.
Quindi è una finestra sull’esterno. Come rispondono i partecipanti a queste attività?
Molto bene. Ogni volta che escono per formarsi, ogni diploma che ottengono, si nota in loro un profondo senso d’orgoglio. È un passo avanti fondamentale per il loro reinserimento nella società.