Profughi afghani, quando vedremo il mare?

È forse ancora presto per ragionare sul futuro, ma per la famiglia afghana ospitata da “Una città non basta” e sostenuta dall’AMU ogni giorno il nostro Paese diventa un po’ più “casa”. I momenti di nostalgia per aver lasciato l’Afghanistan si alternano alla coscienza di non poter tornare indietro. Ma andare avanti è anche una […]

È forse ancora presto per ragionare sul futuro, ma per la famiglia afghana ospitata da “Una città non basta” e sostenuta dall’AMU ogni giorno il nostro Paese diventa un po’ più “casa”.

I momenti di nostalgia per aver lasciato l’Afghanistan si alternano alla coscienza di non poter tornare indietro. Ma andare avanti è anche una opportunità e una ricchezza. E una passeggiata alla scoperta del centro di Roma può essere un modo più leggero per affrontare un appuntamento in questura
Per uno straniero è difficile accettare di dover comparire di fronte a un pubblico ufficiale, c’è sempre un fondo di comprensibile ansia, ti senti messo sotto accusa e hai difficoltà a parlare di cose che per te sono delicate. Chi viene da posti come l’Afghanistan di oggi non si fida perché in quei contesti non sai mai se chi ti sta davanti utilizzerà le informazioni contro di te”: Issam, l’operatore della cooperativa “Una città non basta” che a Marino ospita la famiglia afghana giunta in Italia attraverso un corridoio umanitario e per la quale l’AMU ha avviato una raccolta fondi finalizzata alla copertura delle spese di assistenza, spiega così le ragioni della inquietudine con cui si affrontano alcune tappe.
Issam e con lui l’altra operatrice, Sara, sono stati bravi nel far accantonare le preoccupazioni per qualche ora. Da Marino al centro di Roma sono andati tutti con i mezzi pubblici – era la prima volta che si muovevano con treno, metropolitana, autobus – e dopo una colazione alla stazione Termini e il disbrigo delle pratiche legali in questura, c’è stato tutto il tempo di camminare, entrare nei negozi e acquistare qualche vestito: “Erano così felici di vedere Roma”. In realtà la giornata è servita anche a far vedere loro come ci si sposta in autonomia con i mezzi pubblici, cosa che dovranno imparare a fare nelle prossime settimane. Sembrano dettagli, ma in percorso di accoglienza non lo sono affatto: servono anche a creare un clima sereno e di reciproca conoscenza.

Da quando tutti i membri della famiglia – escluso l’anziano padre – seguono i corsi di italiano sono più attenti a comunicare e “le loro richieste sono sempre formulate in maniera gentile, sta a noi poi capire dove e quando è il caso di soddisfarle o meno”, spiega Sara, che conosce perfettamente i meccanismi che scattano in queste situazioni e sa che dietro i loro vestiti sempre ben stirati, dietro i sorrisi “c’è sempre un aspetto irrisolto: la tristezza e la preoccupazione per chi è rimasto in Afghanistan, la malinconia per aver dovuto abbandonare il proprio Paese. A volte li vedi piangere e può accadere che nei momenti di nostalgia cerchino di raccontare della vita precedente, dei rimpianti, come quello della ragazza che non è riuscita a salutare il fidanzato prima di salire sull’aereo. Certo, poi subentra la coscienza di dover andare avanti e affrontare queste giornate che seppure sembrino tutte uguali, sono la base per costruire una vita nuova. La tristezza più grande è forse quella dell’anziano padre che sa di non poter più ritornare nella propria terra. Era una famiglia benestante, ora non ha più nulla. Non sono riusciti a portar con sé nemmeno un oggetto che li possa tenere legati al filo dei ricordi. La mamma ha delle piccole foto-tessere: tutte lì le immagini della vita afghana”.

È presto, ancora, per parlare di futuro, di progetti di vita e di autonomia. Ma un piccolo desiderio per ora l’hanno espresso: vedere il mare.

 

Per sostenere l’accompagnamento della famiglia di profughi afghani nel loro percorso di inclusione

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