Gaza e Cisgiordania: “Dobbiamo riaccendere la speranza”

Intervista a George Akroush - Direttore dello Sviluppo del Patriarcato Latino di Gerusalemme - sulla crisi umanitaria in Terra Santa: tra l'emergenza di Gaza e la disoccupazione in Cisgiordania, il supporto dell'AMU entra in una nuova fase
Com’è la situazione umanitaria a Gaza in questo momento?

A Gaza non è entrato più nulla dall’inizio del conflitto con l’Iran. Ci sarebbe bisogno di circa 600-700 camion al giorno, ma ne arrivano solo due o tre. Oltretutto, con questo clima piovoso e freddo, è impossibile stare nelle tende. Gaza è diventata invivibile, è l’inferno sulla terra. La situazione è disastrosa.

Oltre ai preparativi in corso per riaprire la nostra scuola a giugno, ci dedichiamo a sostenere e potenziare i nostri interventi umanitari per supportare la comunità. Mancano le medicine ed è quasi impossibile farle entrare. Persino il valico di Rafah (l’unico punto di passaggio tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, ndr) è chiuso, e nessuno dei 22mila malati che hanno urgente bisogno di essere trasferiti altrove può uscire. Manca l’elettricità e la rinnovata sospensione delle consegne di carburante vitale tramite l’OMS ha di fatto paralizzato la maggior parte delle operazioni ospedaliere, lasciandoci – dolorosamente – con poche risorse per far fronte agli enormi bisogni umanitari.

E in Cisgiordania?

Fino a prima della guerra con l’Iran, si rivedeva qualche turista in Terra Santa. I ristoranti stavano riaprendo. C’era un inizio di ripresa per le attività produttive. Ma adesso la Città Vecchia di Gerusalemme viene ritenuta un luogo pericoloso, e i negozi non possono aprire. È tutto chiuso. Chi può se ne va. Chi rimane non ha più risorse per vivere.

Cosa si può fare?

Non potendo più sostenere la creazione di nuove imprese perché il contesto politico non ce lo permette, siamo tornati a supportare le attività esistenti che sono sull’orlo del collasso o della chiusura. Migliaia di persone, anche di 60-70 anni, sono in cerca di lavoro per mantenere le proprie famiglie. A risentirne è soprattutto la comunità cristiana, qui legata più di altre al settore del turismo: il tasso di disoccupazione tra i cristiani è ora del 62 per cento. Quindi, creare posti di lavoro e sostenere le imprese esistenti si è rivela un’ottima strategia per garantire a tanti una vita dignitosa. Questo sostegno mette in moto anche un altro meccanismo…

Quale?

Le piccole imprese hanno iniziato a conoscersi grazie ai nostri progetti comunitari che hanno permesso il networking tra i beneficiari, e hanno tessuto una rete di relazioni reciproche: se tu hai un forno e io sono un parrucchiere, io compro da te e tu vieni da me a tagliarti i capelli. Si sostengono a vicenda. Questo è meraviglioso.

Quali altre zone richiedono attenzione?

L’area di Zababdeh, che si trova nella parte settentrionale della Cisgiordania, vicino a Jenin, dove autorità ed esercito israeliani stanno demolendo i campi profughi. Questo causa un gran numero di sfollati interni che si rivolgono alla Chiesa per un aiuto: persone che ogni giorno ci chiedono cibo e un posto dove rifugiarsi.

Finora l’AMU ha sostenuto il Patriarcato Latino di Gerusalemme nelle azioni a Gaza.

Sì, con il vostro supporto abbiamo fatto molto nella Striscia di Gaza. Quando quasi nessun altro vi aveva accesso, grazie al sostegno dei vostri donatori, abbiamo distribuito frutta e verdura fresche, e cibo in scatola: materassi e coperte per le strutture dove ospitavamo gli sfollati; gasolio per i generatori di corrente in quelle stesse strutture. E abbiamo coperto parte degli alti costi dei trasporti dei beni di prima necessità. Avete fornito un’ancora di salvezza a persone che non avevano nulla.

A breve sarà avviata un nuovo programma di sostegno dell’AMU alle vostre attività in Cisgiordania, quali sono le prospettive?

È un progetto molto importante per permettere alle persone di restare nelle proprie terre, e di vivere con dignità senza dipendere continuamente da sussidi. I bisogni, in Cisgiordania, sono enormi, ma attraverso questo nuovo progetto potremo fornire la possibilità di non andare via alle giovani generazioni. Un esempio: il 91 per cento delle imprese e delle attività che forniscono servizi nell’area di Betlemme ha dovuto ridimensionare il personale. Nessuno assume nuovi dipendenti. Il nostro intervento servirà a sostenere queste realtà, con il duplice vantaggio: garantire un reddito dignitoso alle singole persone e fare in modo che imprese e organizzazioni continuino a erogare i loro servizi. Per esempio, in Cisgiordania abbiamo una rete estesa di organizzazioni, quasi 300, che offrono aiuti a persone con disabilità, malati e anziani. Se noi sosteniamo il costo dei dipendenti, garantiamo anche la continuità di questi servizi.

C’è ancora tempo per il futuro in questa terra così martoriata?

Il tempo non è dalla nostra parte. Ecco perché abbiamo bisogno anche del vostro sostegno. Stiamo facendo del nostro meglio per riaccendere la speranza, la gente è stanca, esausta, frustrata. Se anche la guerra finisse domani, ci vorrebbe del tempo perché torni la fiducia.

Quale messaggio sente di affidarci al termine di questa intervista?

Il messaggio più potente è quello di Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa: restiamo qui radicati nella nostra fede, nella nostra terra, e continuiamo a sperare e a lavorare duramente per la pace, per vedere la speranza negli occhi delle persone, perché anche chi non ce la fa più possa dire ai propri figli che il futuro sarà migliore.

(Foto: Patriarcato Latino di Gerusalemme)

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