In questa seconda parte della missione, il mio compito è stato soprattutto quello di valutare e monitorare da vicino i lavori di riabilitazione e costruzione del nuovo acquedotto in Burundi. Dopo averne parlato a distanza con la controparte locale CASOBU, vedere finalmente l’opera prendere forma sotto i miei occhi è un’emozione che dà senso a tutta la fatica fatta per arrivare fin qui.
Il lungo viaggio delle tubature per l’acquedotto
Le tubature sono state al centro di molte attenzioni nei mesi scorsi, a causa dei ritardi nella consegna. Per diverse ragioni logistiche, non abbiamo potuto acquistarle direttamente in Burundi, ma abbiamo dovuto farle arrivare dal Kenya con una serie di giri e vicissitudini non indifferenti.
Al mio arrivo ne ho trovate moltissime, ma erano solo la metà di quelle previste: il resto era già stato trasportato sul campo. Su ognuna di esse è stampato “AMU e CASOBU, Made in Kenya”, per evitare furti e sottolineare la paternità del progetto: questa incisione dimostra quanto la storia di questo acquedotto in Burundi sia profondamente legata al nostro impegno.
Tra ripristino dell’esistente ed estensione della rete
Durante i miei sopralluoghi ho potuto osservare le due anime di questo progetto. La prima parte consiste nella riabilitazione di strutture esistenti ma ormai degradate: cisterne che perdono, fontanelle rotte e pezzi di condutture non funzionanti che abbiamo finalmente rimesso a nuovo. 
La seconda parte, quella che mi vede impegnata nel monitoraggio dei nuovi tracciati, riguarda invece l’estensione della rete. Parliamo di circa 20-25 chilometri di nuovi scavi, una distanza enorme che è stata coperta grazie al lavoro instancabile della popolazione locale.
Il minuzioso lavoro manuale dentro le cisterne
Entrare fisicamente dentro una cisterna vuota è stata un’emozione. Là dentro, gli uomini rimuovono diversi centimetri di vecchio intonaco, devono scavarlo fino a cinque centimetri di profondità e fanno tutto a mano, per ore e ore.
Mentre fuori le donne sono impegnate a setacciare la sabbia locale che, mischiata al cemento, diventa la nuova copertura impermeabile che protegge le cisterne dall’interno per evitare fughe di acqua.
Una comunità in movimento sulle colline del Burundi
Nel mio giro sul campo, ho visto l’enorme impegno di questa gente. Il trasporto dei tubi ne è l’esempio.
Poiché i camion possono arrivare solo fino a un certo punto, i tubi vengono caricati sulla testa o a spalla uno per uno, fin sulle cime delle colline più impervie. Uomini e donne, regolarmente retribuiti come manodopera, partecipano attivamente a questo cantiere.
Quando sono arrivata alle fontanelle già riabilitate è stato uno dei momenti più gioiosi: lì i bambini approfittavano della nostra presenza per lavarsi la testa e giocare con l’acqua, cosa che in genere non è loro permessa.
Ma erano veramente felici di vedere quel flusso scorrere di nuovo.
La sfida diplomatica nei comuni di Mugina e Rugombo
A differenza dei progetti passati, questo acquedotto attraversa due comuni: Mugina e Rugombo. Una delle difficoltà più grandi è far comunicare le amministrazioni e trovare protocolli d’intesa per la manutenzione futura, per evitare che l’opera vada in rovina per mancanza di accordi. Ma anche questa è una sfida che stiamo affrontando e che vinceremo insieme alle comunità.
L’attesa è carica di speranza
Nelle zone dove l’acqua non è ancora arrivata, l’attesa è carica di una partecipazione che raramente ho visto altrove. In queste terre il
tasso di colera è ancora molto alto e il problema sanitario è gravissimo: l’arrivo dell’acqua potabile è il desiderio comune perché sanno quanto cambierà le cose.
Le persone sono incredule ma speranzose; ci chiedono di far passare i tubi anche nelle comunità vicine, fuori dallo studio iniziale.
Per ora rispondiamo che dobbiamo seguire il progetto stabilito, ma con la promessa di valutare ogni possibile estensione futura se ci saranno le risorse. Per tutti loro, l’acquedotto in Burundi non è solo un’opera strutturale, è la vita che arriva.
(Il progetto “Acqua fonte di vita e sviluppo” è realizzato dall’AMU in stretta collaborazione con il partner locale CASOBU, con il sostegno fondamentale della CEI – Conferenza Episcopale Italiana)
Emanuela Castellano, responsabile dei progetti dell’AMU in Burundi