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La forte crisi economica in Portogallo ha aumentato il numero dei disoccupati e degli indigenti. AMU ed EDC sostengono dal 2015 il Progetto RAISE.

 Articolo di Margarida Esteves Pereira De Rodriguez per AMU Notizie II/2018

Rispondere alle attese di chi vive in un paese che attraversa una forte crisi economica non è sempre facile: quando il periodo di difficoltà è al suo massimo si generano, oltre alla disoccupazione e alle difficoltà economiche, un senso generalizzato di sconforto e sfiducia. Questi sentimenti rischiano di deprimere le persone anche quando sembrano scorgersi segnali generali di miglioramento.
Ci si ritrova a dover far fronte all’indigenza, spesso in solitudine e con una gran confusione rispetto alle proprie prospettive e capacità.  Le risposte attraverso cui ciascuno possa superare queste fasi di spaesamento sono diverse e personali, ma possono essere stimolate e indirizzate, così da produrre dei percorsi che riportino la fiducia in chi l’aveva perduta e riescano a favorire l’impiego di competenze possedute, che il periodo di difficoltà aveva nascosto, o acquisite.

Proprio questo è il fulcro dei Progetti RAISE –  Resposta Alternativa de Integração Social e Empreendedorismo – RAISE (Risposta alternativa per l’integrazione sociale e l’imprenditorialità). (altro…)

 

In Argentina il programma PTSNOA ha una grande ambizione: offrire la possibilità di uscire da situazioni di povertà e vulnerabilità a intere comunità del Nord Ovest argentino.
Come? Attraverso la riscoperta delle proprie tradizioni, la cura delle proprie bellezze naturali e un’offerta turistica tutta particolare che unisce l’esperienza del viaggio, con quella della conoscenza della comunità e della partecipazione alle attività rurali tipiche di quella zona.

La storia dei fratelli Pachao racconta del loro desiderio di far conoscere agli altri le loro tradizioni, di dare valore al loro passato di artigiani, così come di voler trovare una via perchè tutta la comunità possa vivere serenamente.

Scopri di più sul progetto PTSNOA e come sostenerlo

 

Talmente elementare e banale che si rischia di darlo per scontato: giustizia sociale significa vedere tutelati i diritti fondamentali dell’uomo, accedere alle risorse primarie e condurre una vita dignitosa.

Oggi, però, non è così. Anzi, esistono ancora troppe situazioni in cui anche poter contare sull’acqua potabile a portata di mano, sembra un miraggio o un sogno irraggiungibile.

Per questo AMU da anni si impegna perchè non venga negato a nessuno il diritto all’acqua, promuovendo progetti per la costruzione di infrastrutture e di programmi di gestione comunitaria delle risorse idriche. In questo momento è in atto un progetto in Burundi, nella collina di Rukanda, dove la costruzione di 23 km di acquedotto e di 32 punti di approvvigionamento comunitario, porteranno l’acqua potabile a circa  850 famiglie in tutta la collina.

In questo video la storia di una famiglia che, ancora oggi, ogni giorno deve organizzare la propria vita per procurarsi un bene così elementare quanto essenziale per la sopravvivenza di tutti.

 

 

Sostieni anche tu il progetto “Acqua fonte di vita e di sviluppo” in Burundi

 

La storia di una piccola impresa nata a Cuba con la collaborazione di EdC, che oltre a portare reddito agli imprenditori vuole aiutare l’intera comunità.

Yanelis e Ariam sono specializzati in informatica ma il loro lavoro non riusciva ad assicurare una vita dignitosa alle loro famiglie.

Grazie al supporto dell’Economia di Comunione, Yanelis ha avviato una piccola tipografia, tutta speciale. Qui infatti non si offre solo un lavoro di qualità, ma si offre anche un appoggio, per quel che è possibile, un posto dove poter usufruire di alcuni servizi anche a prezzi molto inferiori rispetto a quelli presenti altrove.

“Da quando è nata la tipografia – ci raccontano Yanis e Ariam – abbiamo sentito costante l’aiuto della Provvidenza. Infatti, quando ci sono momenti in cui mancano clienti o pensiamo che le cose comincino ad andare male, arrivano sempre nuovi ordini, oppure lavori importanti e clienti con molte richieste che ci permettono di recuperare i tempi di minore vendita, cosi possiamo coprire uno stipendio e accantonare qualcosa di riserva”. (altro…)

 

Grazie Presidente Mattarella per ricordarci i nostri doveri di umanità.

Dal sito del Quirinale una frase scarna e semplicissima: “profondo dolore per la tragedia che si è consumata nel Mediterraneo con la morte di oltre cento persone, tra donne, uomini, bambini.” Stop.

In effetti cosa altro ci sarebbe da dire di fronte ad una tale tragedia? Purtroppo questi eventi così dolorosi sono ormai diventati motivo di polemica, del tutto indifferente alla storia dei singoli che ne sono involontariamente protagonisti, alle indicibili sofferenze che, come una infinita via crucis, deve percorrere chi fugge dalla miseria più terribile, da speranze negate, da persecuzioni, dalle tante forme di guerra e violenza settaria che affliggono innumerevoli paesi e popoli. Tutto questo ormai lo sappiamo benissimo, così come sappiamo benissimo cosa accade nella penultima tappa di questa orrenda via crucis: la sosta nei campi di concentramento e nei mercati degli schiavi in Libia. Negare, ma anche solo cinicamente sottovalutare ciò, non è forse altrettanto grave come negare la Shoah?

Che senso ha commuoversi per la morte piccolo Aylan, il bambino curdo siriano di pochi anni, vestito di rosso e riverso sulla spiaggia dell’isola greca di Coo, che nel 2015 divenne il simbolo della tragedia migratoria verso l’Europa? E del ragazzino maliano trovato cadavere in acqua con la sua pagella scolastica cucita nel vestito, efficacemente descritto da una recente vignetta giornalistica? Potrebbero benissimo essere figlio o nipoti nostri, e Dio non voglia che un giorno ciò possa effettivamente accadere anche a loro.

Il girare la testa dall’altra parte, oppure anche commuoverci per poi dimenticare il più rapidamente possibile, non ci richiamano invece ad una responsabilità non solo sociale e collettiva, ma anche personale? E questa responsabilità la dobbiamo esercitare con forza, intesa come determinazione ma senza aggressione verbale o polemica sterile, anche verso quella classe politica che maldestramente cerca consensi effimeri strumentalizzando queste sofferenze, fino al punto di fare pubbliche affermazioni insensate circa responsabilità degli operatori umanitari, e via discorrendo.

A chi ha dei dubbi, suggerisco con semplicità e pacatezza di provare a visitare e conoscere qualcuna di queste persone, andarle a trovare nei vari centri dove (coloro che sono sopravvissuti) si trovano in attesa di conoscere il loro destino, ascoltare le loro storie, condividere le speranze e portare con loro il carico di dolori dei loro popoli. Sarà poi il senso di umanità che ciascuno di noi si porta dentro, a suggerirci cosa altro fare, come giudicare eventi e responsabili civili, attribuire risorse e tempo libero, ed anche orientare il nostro voto nel momento nel quale saremo chiamati ad esprimerci.

Grazie Presidente Mattarella per averci ricordato il senso dell’umanità che ciascuna e ciascuno si porta dentro nel più profondo della coscienza.