Lunedì 1 Febbraio 2016
 
LA PACE IN SIRIA È ANCORA LONTANA

Si è aperta a Ginevra venerdì 29 gennaio la terza conferenza per la Siria indetta dalle Nazioni Unite.

Questa volta sembra che l’ONU abbia abbassato l’asticella, indicando per il negoziato – il terzo dopo le due conferenze del 2012 e del 2014 – obiettivi più limitati (o più realistici?) rispetto ai precedenti. Non si punta ora a trovare una soluzione politica per la pace, ma a verificare la possibilità di realizzare canali umanitari per dare sollievo alla popolazione civile. Eppure “il conflitto potrebbe finire anche oggi, se i signori della guerra decidessero di farlo finire”, questa è la convinzione (che condividiamo) di un’amica che ha vissuto per molti anni in Siria e che conosce bene la realtà sociopolitica di quel Paese.

Il conflitto siriano, scoppiato 5 anni fa, ha visto crescere anno dopo anno gli interessi in gioco. Ha coinvolto dapprima altri soggetti nella regione medio-orientale, poi è diventato terreno di scontri di diversi Paesi della comunità internazionale. E noi italiani stiamo a guardare? Non proprio, visto che siamo i principali esportatori al mondo di armi leggere, realtà davanti alla quale spesso distogliamo gli occhi.

Siamo più sensibili quando si parla di solidarietà. La popolazione siriana continua a soffrire e a morire (si parla di 300 mila morti nei 5 anni del conflitto). «Ci sono giorni in cui non succede niente e puoi dimenticarti che c’è la guerra, ha raccontato recentemente Pascal Bedros, referente per i nostri progetti in Siria. In altri può succedere che quando vai al lavoro, tu venga colpito da pallottole vaganti, o veda scontri o addirittura bombe che piovono all’improvviso sulla gente e su quartieri civili».

La gente ha bisogno di tutto il nostro appoggio, di sentire che non è abbandonata, di essere aiutata soprattutto in questi mesi invernali per ripararsi dal freddo, curarsi e nutrirsi; oppure, per chi riesce ad emigrare in Europa, di essere accolta con umanità, come si conviene. Senza parlare di quanti vivono da anni nei campi profughi del Medio Oriente, senza prospettive.

Accanto alle importanti e indispensabili azioni di solidarietà, abbiamo tutti bisogno di crescere in consapevolezza e senso di responsabilità, personale e collettiva, e fare in modo che i governi non subordino il bene universale della pace ad altri interessi economici e politici che poco hanno a che fare con il bene comune.

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